“Il mondo è degli ossessivi”. Così mi disse uno psichiatra, spiegando poi che chi impara a dominare le proprie manie, pur rimanendo ossessivo-compulsivo, può trarre grandi vantaggi dalla propria condizione. Ma cosa significa essere ossessivo-compulsivo? E come si può convivere con questa sindrome senza lasciarsi sopraffare?
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è una delle dieci malattie psichiatriche più invalidanti al mondo, che colpisce circa il 2% della popolazione. Si tratta di un disturbo caratterizzato da pensieri intrusivi, ripetitivi e angoscianti (ossessioni) che provocano ansia e comportamenti ritualistici, compulsivi e irrazionali che mirano a ridurre l’ansia. Le ossessioni e le compulsioni possono riguardare vari temi, come la paura dei germi, il bisogno di simmetria, il dubbio, la religione, la violenza, il sesso o la morte.
Le cause del DOC non sono ancora del tutto chiare, ma si ritiene che siano coinvolte sia fattori genetici che ambientali, come traumi, infezioni, stress o eventi di vita negativi. Il DOC può avere un forte impatto sulla qualità della vita delle persone che ne soffrono, compromettendo le loro relazioni, il loro lavoro, il loro tempo libero e la loro salute fisica e mentale. Per questo, è importante diagnosticare e trattare il DOC il prima possibile, attraverso terapie psicologiche, farmacologiche o combinate.
Tuttavia, non tutti gli ossessivi-compulsivi sono uguali. Esistono infatti diversi gradi e tipi di ossessività, che possono avere effetti diversi sulle prestazioni e sul benessere delle persone. Alcuni studi hanno infatti evidenziato che esiste una forma di ossessività “adattiva” o “funzionale”, che si manifesta con una forte motivazione, una grande attenzione ai dettagli, una elevata capacità di pianificazione e organizzazione, una perseveranza e una determinazione nel raggiungere gli obiettivi . Questa forma di ossessività può essere utile nello studio, il lavoro, lo sport o l’arte, dove è richiesta una forte dose di precisione, disciplina e impegno.
Un esempio di ossessività adattiva è quello di Leonardo da Vinci, noto per essere un perfezionista, un curioso, un sperimentatore, un inventore, un appassionato di anatomia, di geometria, di meccanica, di pittura, di scultura e di architettura. La sua ossessività si rifletteva nel suo metodo di lavoro, basato su una rigorosa osservazione della natura, su una incessante ricerca della verità e su una continua revisione delle sue opere. Leonardo era anche un ossessivo-compulsivo, che soffriva di disturbi come la procrastinazione, la dispersione, l’incostanza, la paura del fallimento e la tendenza a lasciare incompiuti i suoi progetti. Tuttavia, la sua ossessività non gli ha impedito di essere uno dei più grandi innovatori della storia, anzi, lo ha spinto a superare i limiti della conoscenza e della creatività del suo tempo.
Un altro esempio di ossessività adattiva è quello di Steve Jobs, un visionario, un leader, un pioniere, un rivoluzionario, un iconoclasta, un esteta, un perfezionista. La sua ossessività si manifestava nel suo stile di management, basato su una forte passione, una grande ambizione, una elevata esigenza, una severa selezione, una costante innovazione e una cura maniacale del design. Jobs era anche un ossessivo-compulsivo, che soffriva di disturbi come la paranoia, la manipolazione, l’arroganza, l’irascibilità, l’intolleranza e la crudeltà. Tuttavia, la sua ossessività non gli ha impedito di essere uno dei più grandi imprenditori della storia, anzi, lo ha portato a creare prodotti e servizi che hanno cambiato il modo di vivere e di lavorare di milioni di persone.
Questi due esempi mostrano come l’ossessività possa essere una risorsa, se usata in modo intelligente e controllato. Ma come si fa a dominare le proprie manie, senza lasciarsi dominare da esse? Come si fa a convivere con la propria ossessività, senza farne una malattia? Come si fa a trarre vantaggio dalla propria condizione, senza subirne gli svantaggi?
La risposta non è semplice, ma potrebbe essere riassunta in una parola: accontentarsi. Accontentarsi non significa rinunciare ai propri sogni, ai propri ideali, ai propri standard. Significa piuttosto accettare i propri limiti, i propri errori, i propri difetti. Significa anche riconoscere i propri successi, i propri meriti, i propri progressi. Significa infine trovare un equilibrio tra la propria ossessività e la propria serenità, tra il proprio lavoro e la propria vita, tra il proprio io e gli altri.
Accontentarsi è una virtù che richiede una certa dose di saggezza, di umiltà, di gratitudine, di generosità. È una virtù che si può coltivare con la pratica, con l’esperienza, con l’aiuto. È una virtù che si può imparare da chi ha saputo trasformare la propria ossessività in un’opportunità, in una sfida, in una missione.
La vita di chi ha la mania di classificare tutto, di compilare incessantemente elenchi e tabelle, di avere una vita scandita dalle liste, potrebbe non essere poi così male, ma il problema è che questo lavoro rischia di non finire mai, cercando ogni giorno di perfezionare gli schemi nell’incessante tentativo di incasellare ogni aspetto della vita. Un perfezionismo potenzialmente distruttivo.
C’è un modo per convivere serenamente con questa condizione? Accontentarsi: provare ad arginare l’ossessività e il perfezionismo limitando il tempo che di dedica alla programmazione. Un esempio: per mezz’ora al giorno – ovviamente con cronometro alla mano – si può scatenare la propria fame di schematizzare ogni cosa. Ci si può tuffare senza esitazioni sui file di Excel e cercare di dare un ordine al caos che, bisogna esserne consapevoli, non si troverà mai. Alla fine della mezz’ora di full immersion però bisogna mettersi al lavoro per realizzare gli obiettivi (catalogati magari in uno dei tanti file di Excel…).
Bisogna arrendersi all’idea che non sarà mai possibile essere soddisfatti dal lavoro di catalogazione. Accontentarsi. Bisognerebbe prendere questo lavoro come tutte le altre cose della vita. Sappiamo che non potremo mai leggere tutti i libri del mondo, ma comunque ci piace leggere e ad un certo punto ci fermiamo. Sappiamo che non possiamo correre sempre più lontano, perciò ad un certo punto torniamo a casa, ci togliamo le scarpette e la tuta ed entriamo in doccia. Allo stesso modo l’ossessivo-compulsivo dovrebbe acquisire la consapevolezza che dare un ordine perfetto alla propria vita è impossibile, anche lavorandoci giorno e notte.
Riprendendo la frase dello psichiatra, Il mondo è degli ossessivi, potremmo dire che il mondo è di quegli ossessivi che sono consapevoli che la perfezione non esiste. Chi acquisirà questa consapevolezza avrà sempre la scrivania in ordine, il desktop del pc senza file sparsi, i libri riposti con ordine sugli scaffali, ma gli rimarrà un bel po’ di tempo per conquistare il mondo. Chi non acquisirà questa consapevolezza, continuerà per sempre ad organizzare la conquista del mondo, ma non proverà mai a prendersi nemmeno un praticello. Il mondo è degli ossessivi. O forse no? Dipende da come si usa la propria ossessività. Se si riesce a trasformarla in un motore di crescita, di scoperta, di creazione, si può raggiungere l’eccellenza in ciò che si fa. Se invece si lascia che sia essa a dominare la propria vita, si può cadere in una spirale di frustrazione, di ansia, di isolamento.

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